La guerra e la violenza: due temi che hanno fortemente segnato ogni epoca storica, sconvolgendola e rigenerando nuove umanità che risorgono dalle ceneri e dalle polveri lasciate dalla brutalità degli eventi. Polveri che, nonostante tutto, continuano ad aleggiare nell'aria, turbando la memoria e la serenità delle popolazioni coinvolte. Eppure, mai come oggi la distanza temporale e spaziale che si è creata nella società europea dall'esperienza concreta dell'evento bellico ha generato un immaginario che solo per il valore storico che portiamo culturalmente con noi ci permette di riconoscerne la crudeltà e, di conseguenza, condannarla: tutto rimane in superficie, solo suggerito da immagini che si insinuano in noi attraverso telegiornali e documentari. È necessario liberarsi dalle visioni imposte da un sistema che si deve necessariamente proclamare contro le atrocità per recuperare un contatto più intimo con un'esperienza che sconvolge in primo luogo i suoi protagonisti. Ricordiamo tutti i quadri degli artisti dell'espressionismo tedesco che, ritornati dalla prima guerra mondiale, hanno sentito l'esigenza di esprimere i loro fantasmi più oscuri dando così vita ad una nuova arte in grado di rappresentare le ombre create da un evento di cui non riuscivano a percepire la grandezza, ma di cui portavano tracce nella loro psiche e nel loro corpo. Carrozzeria Orfeo con Sul confine cerca di indagare proprio questa dimensione nascosta e raramente svelata, servendosi di tre personaggi immersi in uno spazio nero: è solo attraverso le parole provenienti dalla mente dei tre soldati che si possono costruire immagini grazie alle quali lo spettatore possa non capire, ma perlomeno immaginare, l'impatto della guerra su di un essere umano. Una scenografia inesistente si presta quindi a illuminare questa zona nascosta nell'animo umano attraverso fasci di luce che svelano la realtà solo per frammenti, gli stessi attraverso i quali i tre protagonisti possono ricostruire la loro personale esperienza a partire da uno stato di shock e incredulità: la luce, ideata da Diego Sacchi, in scena diventa elemento fondamentale per definire uno spazio della memoria di cui non si potrà mai percepire la totalità, in perfetta consonanza con l'idea che la guerra, per quanto indagata e sviscerata, rimane sempre qualcosa di inconcepibile da una mente razionale. Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi appaiono persi in uno spazio della memoria alla ricerca delle cause che li hanno portati ad accettare di essere parte di un evento di cui non avrebbero mai immaginato la brutalità e la crudeltà. Tuttavia, il testo (di Gabriele Di Luca) e l'impianto dello spettacolo ostacolano la potenza di un messaggio che viene solo accennato. Gli argomenti toccati sono molti: l'esperienza tragica dell'uranio impoverito; l'impossibilità di riconoscere nei propri compagni persone incontrate nella vita prebellica, quando tutto scorreva fluido nella quotidianità di un'esistenza serena; l'incapacità di riconoscere perversioni e soprusi in un clima di totale violenza. Temi che rimangono solo accennati e che si perdono nelle coreagrafie di luci e corpi che danzano all'interno di una struttura narrativa eccessivamente cinematografica e che ricorda, nel modo di narrare la vita antecedente alla guerra dei tre soldati, le sceneggiature scritte da Guillermo Arriaga per la trilogia del regista Alejandro González Iñárritu (Amores Perros, Babel, 21 Grammi): intrecci che si snodano a partire da un punto centrale per il quale i protagonisti sono passati, incrociandosi. Una costruzione eccessivamente artificiosa che non permette agli episodi evocati di imporsi con forza nella mente dello spettatore e di avvicinarsi alla condizione interiore dei personaggi: la bellezza delle immagini innalza un muro che impedisce di percepire la portata disumana di un evento quale lo è la guerra che, ancora una volta, appare inenarrabile e distante dalla nostra vita quotidiana.
Visto al Teatro delle Maddalene, Padova
Giulia Tirelli
Per altre recensioni teatrali www.iltamburodikattrin.com
Ultimo aggiornamento ( Domenica 07 Marzo 2010 19:27 )
Recensione a Kish Kush di teatrodistinto
In una società assillata dalla paura del diverso, rassicura che l'Arte costruisca discorsi e racconti che tessano un velo attraverso il quale guardare l'Altro con uno sguardo ormai estraneo alla visione culturale contemporanea di una società come quella del Nord-Est italiano. Finalista a Premio Scenario Infanzia 2008, Kish Kush , che in ebraico significa "scarabocchio", si presenta come l'accenno di una riflessione in grado di far germogliare un approccio ormai dimenticato a ciò che appare lontano dalla nostra cultura, dal nostro modo di vivere, dal nostro modo di mangiare, dal nostro modo d'essere, a partire dalla disposizione stessa del pubblico. Non sorprende che teatrodistinto inviti il pubblico a circondare sui quattro lati la scena, in una sorta di abbraccio all'umanità, intesa come insieme di esseri umani, non importa di quale nazione, "razza", colore. Ed è proprio tale configurazione che permette a ciascun individuo di sentirsi unico e allo stesso tempo uguale a chi gli sta accanto. La possibilità di guardarsi negli occhi e di vedere le reazioni degli altri spettatori, apre ad un incontro, seppur subliminale, tra coloro che solitamente vivono il teatro in una condizione di totale solitudine, immersi nel buio della sala e nello schermo del palcoscenico. Questo aspetto acquista particolare rilievo se si considera la tematica trattata sulla scena: la didascalia dello spettacolo recitainfatti "storia di un incontro e delle sue tracce", tracce non solo dello spettacolo, ma del teatro come esperienza concreta, tangibile, in grado di modificare o aprire la nostra visione del mondo. Ed è proprio così che lo spettacolo ha inizio. Sulla scena, uno striscione bianco divide lo spazio diagonalmente, impedendo agli spettatori di percepire entrambi i mondi ricreati se non attraverso l'ombra che trapassa questo limite fisico. Ciò che è nascosto agli occhi appare come qualcosa di intangibile, di cui si cerca di ricostruire l'immagine congetturandone le caratteristiche a partire dal movimento del performer che sta oltre quella parete, quella soglia. L'invisibile (o sarebbe meglio denominarlo "l'inconoscibile?) appare come qualcosa di molto simile a noi, nelle nostre fattezze, qualcosa di cui percepiamo solo le somiglianze, ma non le differenze. Il bianco della scena permette di proiettare le ansie e le paure di un incontro che avviene in primo luogo tra dati virtuali, se si considerano il bianco e il nero come lo 0 e l'1 del mondo informatico nel quale siamo totalmente sommersi al giorno d'oggi e che ci permette di venire a contatto con realtà a noi distanti, verso le quali proviamo un'ansia di conoscenza carica di aspettative e che dà luogo ad una perdita quasi totale dell'esperienza fisica dell'incontro. I due protagonisti, inizialmente muti, si conoscono attraverso uno schermo che gli consente di tracciare il profilo di quel corpo che gli appare inizialmente così distante: un pennello permette loro di disegnare i contorni di quella che per la prima parte dello spettacolo sembra essere solo una presenza surreale. Ed è allora che iniziano veramente a conoscersi. Da questo momento avrà origine il loro incontro, spinti dalla curiosità, infantile in qualche modo, di scoprire cose nuove. Attraverso passi sempre più azzardati, quella che inizialmente era solo una fessura aperta nello schermo, si trasforma in qualcosa da strappare con tutte le proprie forze, fino a rivelare in tutta la sua apparenza un altro corpo. La sorpresa di trovarsi di fronte ad un essere umano identico a sè, ma diverso nel modo di vivere, non impedisce ai due performer di continuare il loro percorso di conoscenza. Una conoscenza profonda, che si serve di oggetti e immagini disegnate simbolici, in grado di svelare l'essenza di una cultura. La casa, il cibo e l'oggetto di culto si fanno emblema di ciò che è presente in tutte leDaniel Gol e Alessandro Nosotti, diretti da Laura Marchigiani, riescono a dare forma e tracciare, nel vero senso della parola, le dinamiche dell'incontro tra persone come portatori di mondi distanti gli uni dagli altri: la scelta di una scena totalmente bianca permette di trasportare il discorso su un piano universale senza perdere però il contatto con quella che è la realtà in cui viviamo quotidianamente. Nonostante il grado di astrazione che lo spettacolo raggiunge, il discorso è perfettamente comprensibile per quei piccoli spettatori (in particolar modo giovani tra i 6 e i 12 anni) a cui lo spettacolo è destinato principalmente. Il racconto, e quindi l'incontro, si articola secondo azioni e battute che richiamano atteggiamenti tipicamente infantili, reso attraverso immagini molto semplici: la rappresentazione di due case di dimensioni diverse, la tendenza a definire la proprietà dei propri oggetti e l'esserne gelosi. Proprio a questo punto la compagnia apre la prospettiva dello spettacolo ad una speranza: i due performer, seppur in modo molto cauto, riprendono il loro percorso di avvicinamento, tracciando percorsi che gli consentono di avvcinarsi ai reciproci spazi vitali. Lo spettacolo si chiude con l'immagine, quanto mai emblematica, dei due che tendono un telo bianco come quello che inizialmente li nascondeva l'uno all'altro, ma di cui ora rappresentano le due estremità: due punti tra i quali si apre un nuovo spazio bianco, da riempire con storie di altri incontri, di nuove conoscenze, in grado di generare spazi nuovi e diversi, ma capci di unire nonostante le differenze. culture, ma in forme diverse.
Sorprende di questo spettacolo il modo, sincero e crudele allo stesso tempo, di mettere tanto a nudo le dinamiche scatenate dalla mobilità dei popoli: ancora una volta, ciò che dovrebbe essere destinato ad un pubblico infantile è in grado di colpire al cuore anche adulti che, sommersi dal loro grado di maturità, dimenticano di fermarsi a riflettere sul mondo in cui vivono e di cui ormai non conservano alcuna traccia di consapevolezza.
visto al Teatro delle Maddalene, Padova
Giulia Tirelli
Per altre recensioni teatrali www.iltamburodikattrin.com
Ultimo aggiornamento ( Sabato 30 Gennaio 2010 10:35 )
|
Sulla scena, solo forme geometriche ed un corpo. Suoni, movimenti, luci ed echi di visioni primordiali. Sulla scena del Teatro delle Maddalene, solo il mondo. Con In cammino, andato in scena dal 18 al 20 dicembre, Tam Teatromusica riscopre il piacere di indagare la realtà come se fosse un fanciullo ad esplorarla.
Ultimo aggiornamento ( Domenica 24 Gennaio 2010 11:16 )

Pensare per immagini ha sempre significato avere visioni interiori in grado di illuminare idee, concetti, emozioni. Ma quale ruolo gli si può riconoscere in un mondo in cui l’immagine diventa elemento grammaticale fondamentale del pensiero? Cosa accade quando, trafitti da fotogrammi e fotografie, l’immagine perde il suo carattere epifanico?
No-signal, in scena il 27 e il 28 novembre al Teatro Storchi di Modena per opera della compagnia bolognese Teatrino Clandestino, cerca di rispondere a queste domande, costruendo un complesso quadro in grado di analizzare e denunciare le strutture della comunicazione nell’era contemporanea.
Lo spettacolo crea una dimensione che lascia lo spettatore in bilico tra l’immagine e la parola, tra la scrittura cinematografica e l’azione documentaristica. In scena, quattro personaggi aprono una finestra su quel luogo che sta oltre il significante e il significato stessi dell’immagine. Una finestra che consente di svelare il meccanismo di funzionamento dell’impressione visiva, intesa come vera e propria impronta lasciata nei solchi del nostro cervello, della nostra mente. L’elaborazione di qualsiasi visione veicolata dai nostri occhi implica una modifica sostanziale nel nostro modo di vedere le cose, di pensarle, e nella nostra capacità di decodificarla in modo personale, intimo. Attraverso uno spettacolo basato sulla forzatura del limite che si pone tra le immagini imposte dalle strutture mediatiche contemporanee e il potere evocativo della parola, in grado di ispirare quadri e fotografie, l’accostamento e la compenetrazione di una voce fuori campo che legge una sceneggiatura e l’azione teatrale danno forma ad un problema complesso che investe la società occidentale e occidentalizzata: l’incapacità di elaborare visioni personali. Lo spettatore è costretto a fare i conti con una prova fisica e mentale nel tentativo di trovare un punto di contatto tra le due azioni che procedono parallelamente: quelle della storia narrata, deputate a stimolare immagini nella fantasia di chi le ode, e quelle dell’azione scenica. L’accostamento quasi conflittuale sconvolge, spinge il cervello al limite della dissociazione, costringendo i fruitori a divenire registi loro stessi di un montaggio che non vedranno mai concretizzarsi: per una volta, l’immagine non verrà imposta loro da un’entità superiore che li vuole destinatari passivi.
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 21 Dicembre 2009 23:48 )
|