Pubblichiamo la risposta del Sindacato degli Studenti all'articolo di Claudio Gentili (responsabile educazione di Confindustria) apparso giovedì 19 novembre sul Messaggero.

 

Leggendo l'articolo «Appello agli studenti: aiutateci a cambiare un'Università che danneggia voi prima di tutti» pubblicato sul Messaggero di giovedì 19 novembre, la nostra prima reazione è stata: «Ok, questo signore non ha letto la riforma, gliene manderemo una copia e si correggerà». Poi, però, siamo andati a controllare chi è questo signore: Claudio Gentili, secondo Google, è il responsabile educazione di Confindustria, esperto di tematiche della formazione e consulente di svariati organismi pubblici e privati. È quindi difficile che non conosca il contenuto della riforma, e anzi è assai probabile che abbia contribuito a scriverla.

Non è di ignoranza o scarsa informazione, perciò, che si tratta, ma di disinformazione bella e buona. Il nostro dubbio è che il signor Gentili, evidentemente scontando problemi di comprensione del testo che gli derivano dall'aver studiato nell'orrenda università italiana, abbia mal interpretato la regola giornalistica anglosassone che invita a tenere i fatti separati dalle opinioni, dimenticandosi che le opinioni, per essere fondate, devono essere minimamente coerenti con i fatti.

Non si spiegherebbe altrimenti la distanza abissale tra i sacrosanti fatti che il signor Gentili denuncia e le proposte governative che sostiene di conseguenza.

 

Un esempio: il signor Gentili, giustamente, lamenta che oggi «abbiamo un quarto delle borse di studio della Francia e spendiamo per il diritto allo studio dei giovani la metà della media Ocse». Tutto esatto, sono cose che denunciamo da anni. Peccato che in nome di questi dati il signor Gentili difenda un governo che, ben lungi dall'aumentare gli investimenti sul diritto allo studio, ad oggi non paga neanche le borse di studio a tutti gli studenti idonei secondo i criteri di reddito e merito stabiliti dalla legge. E il ddl Gelmini continua su questa strada, dando al governo una delega in bianco per riformare il diritto allo studio su criteri puramente contabili, permettendo allo stato di risparmiare. Nel frattempo istituisce un «fondo per il merito», che inevitabilmente sottrarrà ulteriori risorse al diritto allo studio. Crediamo sia inutile ricordare al signor Gentili che retribuire il merito finché non si è garantito a tutti il diritto allo studio significa semplicemente retribuire un privilegio classista. Che merito c'è, signor Gentili, nel laurearsi prima di un proprio compagno che è costretto a lavorare per mantenersi? O nell'avere la media più alta di quella di una ragazza madre a cui il governo non garantisce il minimo sostegno? Il governo paghi le borse che ci spettano per legge e avvicini i propri investimenti sul diritto allo studio alla media Ocse. Sarebbe un cambiamento di rotta totale rispetto al ddl Gelmini, che, ricordiamolo, mette nero su bianco che non comporterà nessun nuovo investimento ed è accompagnato dalla nuova riduzione da parte del governo del fondo di finanziamento ordinario degli atenei. Insomma, signor Gentili: siamo d'accordo, l'Italia spende troppo poco per i suoi studenti. Perché quindi lei difende un governo il cui unico obiettivo è spendere ancora meno?

Il signor Gentili, poi, lamenta che «abbiamo la classe insegnante più vecchia d'Europa» e che «l'età media dei ricercatori universitari è di oltre 40 anni». Anche questo è un problema che gli studenti denunciano da anni. E qual è stata la risposta del governo, lo scorso anno? Blocco del turnover, prima al 20% e poi, grazie al movimento, al 50%. Per ogni due insegnanti che vanno in pensione, quindi, se ne assume solo uno. Se la matematica non è un'opinione, signor Gentili, così la classe insegnante invecchia ancora di più. La logica ci dice che per ringiovanirla l'unica soluzione è assumere più giovani, mentre il governo non fa che dimezzare le nuove assunzioni e trasformare in contratti precari (con il ddl Gelmini) le rimanenti. Lei lamenta, signor Gentili, che oggi «un premio Nobel e un docente assenteista sono retribuiti allo stesso modo». Magari! Se continuiamo con i tagli ai finanziamenti, con i blocchi alle assunzioni dei ricercatori e con la precarizzazione continua dei loro contratti, non avremo certamente più problemi del genere, dato che l'eventualità di un premio Nobel in un'università italiana non sarà più neanche concepibile. Gran parte dei nostri fratelli maggiori è già fuggita all'estero, dopo la sconsiderata politica di tagli, blocchi e precarizzazioni portata avanti dagli ultimi governi. Se continuiamo così, tanto vale che nelle università italiane si fermino tutti gli insegnamenti e si lascino attivi solo i corsi di inglese: tanto ormai l'emigrazione è l'unica prospettiva di un giovane italiano, esattamente come un secolo fa.

Lei poi, signor Gentili, prima se la prende con le nostre critiche allo smantellamento dell'università pubblica, smentendo che questa riforma privatizzi le università e poi, dopo un lungo ragionamento, arriva a dire che grazie al ddl Gelmini le nostre università assomiglieranno tutte alla Luiss e alla Bocconi: due università private!

Insomma, anche se non le va di dirlo con chiarezza, sa che abbiamo ragione noi: il ddl renderà di fatto private tutte le università italiane. Cosa caratterizza le università private? Tasse alte e gestione in mano ai privati. Bene: i tagli all'Ffo produrranno aumenti delle tasse agli studenti (che significa più tasse alle loro famiglie, già messe in grossa difficoltà dalla crisi economica), e il ddl Gelmini mette la gestione dell’università in mano ai privati. E questo, badi bene, signor Gentili, senza che questi privati mettano un solo euro di finanziamento all'università. Si tratterà di personaggi nominati del tutto arbitrariamente dall'alto, evidentemente secondo i meccanismi politico-clientelar-affaristici tipici del nostro paese. Anche per la privatizzazione dell'università, insomma, si sceglie il modello Alitalia: il potere politico smantella il pubblico e lo regala ai suoi amici privati, in modo da poter esigere da loro favori futuri.

Crede che sia fantascienza? Allora perché non guarda quello che sta succedendo all'Università di Siena, il cui cda, anticipando il ddl Gelmini, è già stato lottizzato dagli enti locali e dalla localissima banca? Vuole che succeda così in tutta Italia, signor Gentili, con i piani di studio e gli indirizzi di ricerca decisi non da studenti e insegnanti secondo criteri didattici e scientifici, ma dai politici locali di centrodestra e di centrosinistra e dalle loro banche di riferimento?

È poi semplicemente falso che, come sostiene il signor Gentili, «il provvedimento governativo dà alcuni indirizzi a cui ispirare i nuovi statuti delle università autonome» e che gli atenei che vogliono restare alla situazione attuale «siano lasciati liberi di farlo». Il ddl Gelmini obbliga tutti gli atenei italiani a cambiare i propri statuti recependo le direttive governative, fissando un termine temporale (6 mesi più di 3 di eventuale proroga), stabilendo una procedura straordinaria di modifica degli statuti (che viole le regole democratiche degli atenei autonomi) e chiarendo che le università che non rispettassero i termini sarebbero immediatamente commissariate.

Ma il punto in cui il fervore propagandistico e la distanza dalla realtà del signor Gentili raggiungono il proprio apice è probabilmente il paragrafo in cui sostiene che «i primi beneficiari di questa riforma sono gli studenti». Ora, signor Gentili, con tutto il rispetto, vorremmo ricordarle che siamo studenti universitari, maggiorenni e vaccinati, in grado di decidere da soli quali sono i nostri interessi e come promuoverli. E lo facciamo, tra le altre cose, anche eleggendo democraticamente nostri rappresentanti in grado di portare il nostro punto di vista negli organi di governo degli atenei. Peccato che il ddl Gelmini tagli drasticamente il numero di rappresentanti che è nostro diritto eleggere. Insomma, signor Gentili: se la riforma va a nostro beneficio non crede che dovremmo avere la possibilità di esserci e di dire la nostra dove verrà applicata?

Il problema è, caro signor Gentili, che il destino dell'università pubblica italiano non riguarda solo studenti e insegnanti. Affamare gli atenei con continui tagli dei finanziamenti, affidare le scelte didattiche ad affaristi incompetenti, impedire ai ricercatori di fare il proprio mestiere schiacciandoli tra l'obbligo di insegnare (gratis) e l'assillo del contratto precario in scadenza, significa incidere fortemente sul presente e sul futuro del nostro paese. L’Italia di oggi è gravemente in declino sia dal punto di vista economico sia da quello civile e culturale, e l’unica risposta che il governo riesce a elaborare è l’attacco alle basi del nostro futuro. Le uniche risorse di cui disponiamo, oggi, e su cui possiamo costruire una speranza per il futuro, sono la ricerca, la formazione, il sapere libero. Crediamo davvero di poter uscire dalla crisi senza l’università pubblica?
Abolire l’università pubblica, come di fatto propone il governo, significa sostanzialmente rassegnarsi in maniera definitiva al declino del nostro paese e alla sconfitta della nostra generazione. Berlusconi, Gelmini e Tremonti ci chiedono di arrenderci, dare per persa la nostra battaglia per il futuro e mettere in liquidazione ciò che resta dell’Italia, lasciando che i loro amici si spartiscano il bottino tra le macerie. Ci scusi, signor Gentili, se un finale del genere non ci piace e se ci stiamo mobilitando per cambiarlo. Per bloccare il ddl Gelmini, per difendere l'università pubblica e per cambiarla dal basso, da luogo dell'immobilismo e delle clientele in motore della trasformazione del paese, in grado di portare l'Italia alla costruzione di una società della conoscenza libera, democratica ed eguale.

La sua accusa di fondo, signor Gentili, è che il movimento studentesco non abbia proposte. Si tratta evidentemente di una provocazione, dato che le nostre proposte sono molte, sono note e sono pubblicate in giro per il web, da www.linkassembleastudentesca.it a www.wikisaperi.org. Ma raccogliamo la sua provocazione e le facciamo una proposta: perché, dato che ha tanto a cuore gli interessi degli studenti e il ringiovanimento del corpo insegnante, non sottoscrive la nostra petizione “40% under 40”, che chiede di assegnare il 40% dei posti in cda, invece che ai privati, agli studenti e ai giovani ricercatori?

 

Il Sindacato degli Studenti

 

Ultimo aggiornamento ( Sabato 21 Novembre 2009 11:17 )